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MARINA DI STRONGOLI: RIEMERSI ALCUNI RESTI DELLA NAVE PETRARCA

Data : 12/08/2017

MARINA DI STRONGOLI: RIEMERSI ALCUNI RESTI DELLA NAVE PETRARCA IN LOCALITA' TRONGA 216 A MARINA DI STRONGOLI (KR), SONO APPARSI VISIBILI AI TANTI APPASSIONATI SUB, I RESTI DELLA NAVE PETRARCA SILURATA ED AFFONDATA. VEDI LE FOTO, DA INVIARE ANCHE COME CARTOLINA, SULLA SEZIONE FOTO STORICHE.

CENNI STORICI TRATTI ( tratto da: http://www.betasom.it/forum/index.php?showtopic=39809 )
L'incursione aerea del 13 febbraio ha uno spettatore insospettato. È il sommergibile britannico Una, da qualche giorno nelle acque tra Punta Stilo e Punta Alice nell'ambito di una missione di pattugliamento nello Stretto di Messina e lungo la costa orientale della Calabria cominciata il 3 febbraio. Dal sommergibile,che si mantiene a quota periscopica a debita distanza dalla costa, il comandante Martin e i suoi sottufficiali seguono l'attacco su Crotone prima di procedere verso Capo Trionto 47. L'Una ha già conseguito un positivo risultato il 10 febbraio al largo di Punta Stilo. Nel primo pomeriggio di quel giorno veniva avvistato il mercantile Cosala, di 4.064 tonnellate, armato con un cannone a prua e un altro a poppa e scortato da un aeroplano. Dei quattro siluri lanciati, uno andava a segno e la nave affondava con la prua rivolta verticalmente verso l'alto. La presenza dell' Una nel nostro mare era fortemente sospettata, visto che durante la mattinata del 10 era stato notato dal sommergibile, in prudente navigazione a quota periscopica, un continuo passaggio di aerei impegnati a perlustrare la zona. Alle 20.06 del 13 febbraio, mentre Crotone si lecca le ferite inferte dai bombardieri della 9" US Air Force, l'Una riceve l'ordine d'investigare su una nave incagliata che la ricognizione aerea ha segnalato 10 miglia a sud di Punta Alice.
Alle 8.40 del giorno successivo la nave viene avvistata. L'Una vi si avvicina cautamente notando che si tratta si una nave da carico le cui fiancate sono dipinte a bande mimetiche alterne di color grigio chiaro e grigio scuro. Il piroscafo, del quale al momento i britannici ignorano l'identità, è il Petrarca. Ha una stazza di 3.329 tonnellate e appartiene alla Società anonima di navigazione Tirrenia, con sede a Napoli. Era partito da Taranto alle 18 del 9 febbraio, con materiale bellico e militari tedeschi a bordo, diretto a Tunisi con la scorta della torpediniera Pegaso
Verso le ore 7.30 del 10 febbraio si era incagliato a ottocento metri dalla spiaggia nei pressi di Marina di Strongoli. Dall' Una notano che la nave è completamente intatta, sebbene un pò appoppata. Il forte vento di tramontana agita il mare e rende impossibile un attacco contro il bersaglio, altrimenti facile. L'Una si porta al largo.
All' alba del 15 febbraio il sommergibile si riavvicina in immersione al Petrarca. L'area è pattugliata da un brigantino e da una goletta utilizzate come unità ausiliarie antisommergibili, da uno yacht armato e da un idrovolante. La sera prima l'Una è stato costretto a rimanere immerso per un'ora per via dell'arrivo di un aereo che scrutava la superficie del mare con un faro montato sotto la fusoliera. Tanta vigilanza non è casuale: il piroscafo, insieme a militari italiani e tedeschi, trasporta armi e munizioni! Oltretutto rappresenta un bersaglio molto appetibile perché immobile. Già durante la navigazione il Petrarca aveva subito le "attenzioni particolari" del nemico. Nella notte tra il 9 e il 10 aerei britannici avevano attaccato con lancio di bombe e siluri 49. L'attacco non era andato a buon fine per un misto di circostanze favorevoli nelle quali fortuna, navigazione sotto costa e reazione dissuasiva delle mitragliere di bordo era state determinanti
Navigando vicino alla costa gli aerei nemici erano meno propensi ad attaccare rispetto al mare aperto e, inoltre, si poteva confidare nella protezione delle batterie della Regia Marina, ove esistenti, e nella reazione contraerea delle divisioni costiere. Per quanto riguarda, poi, la difesa dai sommergibili, navigare sotto costa significava offrire al nemico solo un fianco, ma un rischio da non sottovalutare era dato dalla profondità dei fondali prossimi alla riva. Benché il Petrarca navigasse col vapore al minimo, carte nautiche poco aggiornate lo avevano portato li arenarsi su una secca. Era cominciato così il conto alla rovescia delle ultime ore del suo onorato servizio, prima che si trasformasse in un relitto dilaniato la cui sovrastruttura, in parte, sarebbe stata visibile ancora per molti anni dalla spiaggia di Strongoli Marina.
Nella ventosa mattinata del 15 febbraio dall' Una, in agguato al largo a quota periscopica, vedono attorno allo scafo alcune barche che provvedono a caricare e portare a terra casse del prezioso carico. Le condizioni del mare hanno consigliato di alleggerire la nave, che minaccia di inclinarsi ulteriormente. Le operazioni
sono però ostacolate sia dal moto ondoso che dalla limitatezza dei mezzi disponibili sul Petrarca. Si spera nell'arrivo da Crotone di mezzi più adeguati. Il commissario di bordo Gino Gilli dichiarerà nella sua deposizione : «Verso le ore 16 dello stesso giorno, poiché si temeva di essere attaccati da apparecchi nemici ed in considerazione che le armi di bordo non avrebbero potuto funzionare, data l'inclinazione della nave, detti ordine al sottotenente del Regio Esercito D'Alessandro di far trasportare a terra le mitragliere smontate con relative munizioni ed il personale militare ad esse addetto e di piazzare le armi sulle collinette adiacenti alla spiaggia, allo scopo di costituire una più valida difesa contraerea. Invitai pure i militari tedeschi a fare altrettanto ma essi mi dichiararono che la loro mitragliera, a quattro canne, era troppo pesante e sarebbero occorsi mezzi adeguati, che a noi mancavano, per sbarcarla. Perciò essi rimasero a bordo» 50.
Lasciamo qui la testimonianza del commissario di bordo e torniamo alla ricostruzione di quelle drammatiche ore vissute, con altro spirito, dall' equipaggio dell' Una. Il tempo, frattanto, è notevolmente migliorato e il mare si è trasformato in una tavola azzurra appena increspata da qualche alito di vento. A bordo del sommergibile è stato deciso di attaccare dopo il tramonto, quando ormai i nostri ricognitori dovrebbero aver fatto ritorno alla loro base e, in ogni caso, in condizioni di luce per le quali sarebbe assai meno facile notare le tracce dei siluri in corsa. Alle 17 l' Una si avvicina al bersaglio in immersione. Considerata la secca, viene stimato che la distanza utile al tiro debba essere almeno di 2.500 iarde (circa 2.300 metri). Si dovrebbe lanciare un primo siluro e poi, dopo aver osservato il risultato, lanciarne un secondo correggendone il tiro, se necessario. Ma, prima di arrivare alla distanza prevista, il periscopio mostra che due golette stazionano circa un miglio a sinistra del sommergibile e uno yacht armato circa tre miglia al largo. In queste circostanze a bordo dell 'Una optano per un lancio di tre siluri, intervallati di dieci secondi, seguito da una rapida manovra di allontanamento.
Alle 17.04 lo squalo d'acciaio britannico lancia la salva di tre siluri contro il Petrarca. Il primo è diretto in corrispondenza del fumaiolo, il secondo della sovrastruttura di metà nave ed il terzo del suo albero maestro. Dal periscopio osservano tre scie bianche dirigersi dritte verso il bersaglio. Non c'è il tempo di verificarne gli effetti. Il periscopio è subito sommerso dall'acqua dopo il lancio dell'ultimo siluro, ma dall' Una avvertono distintamente un'esplosione seguita, dopo alcuni secondi, da una serie di esplosioni minori. Alle 18.20, mentre il sommergibile si allontana verso il mare profondo, un'ulteriore grossa esplosione è udita in direzione della costa. Evidentemente si tratta di munizioni ancora intatte raggiunte successivamente dal fuoco che divampa sul relitto.
«Mi trovavo nel salone col comandante Pais e l'ispettore della Società Tirrena ing. De Vito - dichiarerà ancora Gilli - quando, improvvisamente, avvenne come un cataclisma e ricordo confusamente che, brancolando in mezzo a rottami d'ogni genere, mi diressi verso prua. Ricordo anche la voce del comandante Pais che gridava; poi dev' essere sopravvenuto un altro fatto analogo al primo per cui la voce del comandante si spense ed io mi ritrovai inconsciamente in acqua, certamente dopo essere stato proiettato a grande altezza. Benché fossi senza salvagente e completamente vestito, riuscii a tenermi a galla. Nel frattempo mi accorsi che dovevo essere ferito alla testa, da cui mi colava abbondantemente il sangue. Il primo effetto in me prodotto dalla proiezione della mia persona a mare, in seguito alla seconda esplosione della nave, fu quello di una quasi completa amnesia, tanto non riuscivo a stabilire lo stato delle cose; ma ciò ebbe breve durata perché, riavutomi, cominciai a chiamare soccorso mentre facevo del mio meglio per dirigermi verso terra.
Ad un certo punto le mie chiamate furono intese da un tenente medico del R.Esercito che, venutomi incontro, mi aiutò a raggiungere la terra. Quivi, adagiato su lettiga e dopo aver avuto le prime cure, presente il sottotenente D'Alessandro, fui trasportato a mezzo di autoambulanza all'ospedale civile di Crotone, ove trovami tuttora in imminente pericolo di vita per sopravvenuta paralisi viscerale. Circa le cause delle due esplosioni, seppi solo dopo che esse erano state provocate da siluri, di cui uno si era arenato sulla spiaggia. Seppi inoltre che, delle persone che al momento dell' esplosione si trovavano sulla nave,solo io, un ragazzo di camera e tre soldati tedeschi, chi più chi meno feriti, eravamo sfuggiti alla morte. Il personale militare invece che, con a capo il sottotenente D'Alessandro, in seguito al mio provvidenziale provvedimento, si trovava a terra, ebbe tutto la vita salva» 51 .
tragico destino di chi era rimasto sulla nave verrà ricordato molti anni dopo da un mausoleo eretto nel cimitero di Strangoli. Su una lapide commemorativa verrà scritto: «Qui riposano i 18 marinai della nave Petrarca silurata il 15 febbraio 1943. Il Comune di Strangoli a ricordo, addì 2 novembre 1971». Sul mausoleo verranno deposti un oblò e alcuni frammenti metallici rinvenuti in mare. La storia sembra avere duramente legato la nave a quel lembo di terra di Calabria. Passeranno altri anni e altri oggetti verranno alla luce a riaprire lontani ricordi tra i più anziani. Ai primi d'agosto 1997 un proiettile d'artiglieria inesploso, lungo 30 cm. e del diametro di 8 cm., verrà rinvenuto casualmente nella zona. L'esplosione della nave era stata tremenda e aveva proiettato in aria pezzi del ponte di oltre una tonnellata di peso e scagliato schegge dappertutto, fino a diverse centinaia di metri di distanza. Ciò che resta del Petrarca - come testimonia il noto archeosub crotonese Luigi Cantafora - è ancora lì, in parte insabbiato, in parte ricoperto da alghe e organismi animali. Anche la natura, a suo modo, partecipa al dolore degli umani.

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